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Dal territorio
10/12/2018
La riforma / 3

autore: Matteo Spanò
Presidente Federazione Toscana Banche di Credito Cooperativo

HA ANCORA SENSO oggi una banca di credito cooperativo?

In un mondo sempre più globalizzato, un mondo dominato dalla velocità, dalla guerra sui prezzi, dalla standardizzazione dell’offerta? Dove la fisicità dei luoghi viene sempre meno, dove siamo costantemente “bombardati” da proposte commerciali?

Personalmente credo di sì! Anzi, penso proprio che, in virtù di questi interrogativi, oggi le Bcc possano avere un ruolo determinante, un compito molto più importante rispetto al passato. Le nostre banche sono e saranno uno strumento essenziale per poter sostenere le nostre comunità, imprese e famiglie.

Questo perché il mondo globalizzato ha tanti pregi ma anche dei difetti: ha la capacità, negativa, di escludere dall’accesso al credito ed ai servizi bancari i più deboli e le fasce meno protette. Infatti la mondializzazione, i ritmi frenetici e la necessità di contenere il prezzo finale del prodotto, richiedono una standardizzazione che spesso porta a non rispondere efficacemente ed efficientemente ai bisogni dei nostri soci e dei nostri clienti.

Non da meno la globalizzazione favorisce l’accentramento della ricchezza in pochi soggetti e in pochi luoghi del mondo. Questo porta, necessariamente, ad un impoverimento dei nostri territori.

Allora le Bcc posso essere un rimedio o quantomeno un supporto per la tenuta delle nostre comunità? A mio avviso la risposta è chiara: le Bcc forse non sono una cura totale, ma un grande sostegno sì! Le nostre banche possono essere un ponte, un modo di abitare gli aspetti positivi delle interconnessioni globali e di vivere al meglio le “unicità” dei contesti locali. Anche per questo bisogna far crescere le nostre Bcc.

Ma la riforma va in questo senso, oppure anch’essa accentra, muovendosi quindi in direzione contraria, penalizzando le particolarità dei territori?

Le Bcc devono mantenere la loro autonomia: è l’unico modo per rispondere ai bisogni descritti. Ma è anche vero che il nostro sistema necessita di una cornice comune per poter affrontare le sfide attuali e future. In particolar modo la necessità di stare insieme per essere più stabili come sistema, evitare problematiche dentro le singole banche - che poi portano il conto da pagare a tutte le consorelle -, avere prodotti e sistemi informatici all’avanguardia, ridurre le dispersioni di costo e sostenere commercialmente le nostre banche.

Perciò - per rispettare le autonomie, ma giocando in un contesto comune - è stato studiato lo strumento del gruppo bancario cooperativo. È uno strumento nuovo e da costruire insieme. Potevano essere fatte scelte diverse, IPS o altri sistemi di garanzia, assetti che avrebbero permesso di avere un sistema di tutela tra le banche. Potevano essere prese decisioni diverse? Certo, ma avrebbero precluso altre opportunità. Avremmo perso infatti opportunità di una collaborazione più stretta e la possibilità di avere servizi più efficaci realizzando investimenti comuni, giovando così di economie di scala.

Un gruppo differente per norma, con almeno tre elementi cardine: differente perché almeno il 60% della proprietà azionaria dovrà essere in mano alle Bcc; differente perché la capogruppo deve essere sottoposta alla vigilanza cooperativa, che verifichi che gli obblighi che la stessa ha verso le Bcc vengano rispettati; differente perché il contratto di coesione che andremo a sottoscrivere prevede impegni della banca verso la capogruppo, ma anche impegni della stessa nei confronti delle Bcc; differente, infine, perché la legge parla chiaramente di un’autonomia di pianificazione strategica e di gestione per le banche che stanno all’interno delle fasce di valutazione migliori.

Basta così? È sufficiente, già tutto a posto? Siamo solo all’inizio, abbiamo visto che la messa a terra della riforma ha creato delle difficoltà e delle tensioni, il progetto è alto e impegnativo. La preoccupazione di molti, in parte corretta, è quella di perdere le autonomie e le competenze all’interno delle banche.

Dobbiamo pensare che a inizio anno partirà il lavoro del gruppo Iccrea, con molte cose già fatte, con altre da fare e da rivedere. Come banche toscane dovremo essere sempre più uniti per avanzare tutte le osservazioni necessarie per evitare i rischi e migliorare gli assetti affinché il gruppo cooperativo bancario svolga il suo compito: essere al servizio delle Bcc.

Proprio così! Il gruppo ha lo scopo di sostenere e aiutare le Bcc a svolgere al meglio il proprio dovere e a rispondere quindi ai bisogni delle comunità. Questo è anche il dettato e la ratio normativa del Parlamento italiano.

Solo così vinceremo la grande sfida di mantenere le Bcc sui nostri territori, a servizio delle nostre comunità, dei nostri imprenditori e delle famiglie, in un assetto in cui il gruppo bancario (che non corrisponde alla capogruppo, è molto di più) garantisca e supporti l’operatività delle Bcc.

Credo che la sfida sia importante. Le Bcc potranno in un mondo globalizzato essere ancora utili e vincenti se avranno un sostegno dal gruppo bancario che le aiuterà ad avere servizi e prodotti efficaci ed efficienti.

Dobbiamo non tradire la nostra identità e al contempo costruire un modello nuovo, che metta sempre le Bcc al centro. Lo potremo fare solo se troveremo il modo adatto di stare insieme, migliorando le normative presenti e organizzandoci adeguatamente. La sfida è partita ed è in mano nostra. Tocca a noi ora giocarla: ChiantiBanca non potrà che essere protagonista, insieme a tutta la Federazione Toscana, di percorsi nuovi.

Partiamo, siamo solo all’inizio!

Matteo Spanò, fiorentino, è laureato in Economia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal maggio 2011 è presidente della Bcc Pontassieve e da giugno 2016 è presidente della Federazione Toscana Banche di Credito Cooperativo, che conta quattordici Bcc con trecento filiali in tutta la regione. Il 23 novembre 2018 è stato confermato vice presidente di Federcasse, la Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali.